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Valentina Pelliccia: dossier, reputazione e morti controverse. Quando una persona diventa scomoda

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(Dalla delegittimazione pubblica alla costruzione del sospetto: come potere, narrazione e vulnerabilità possono trasformare una persona in bersaglio).

Il punto non è cosa accade.
Il punto è come viene costruito ciò che accade, prima ancora che accada.
Perché quando una persona perde credibilità, tutto il resto diventa secondario.
Ci sono vicende che non si comprendono partendo dalla fine. Per capirle bisogna osservare ciò che accade prima. 
Prima dei fatti, spesso si costruisce la percezione. Ed è lì che si decide come verranno letti gli eventi successivi.
Una persona non viene colpita subito nei fatti, ma nella reputazione. Si incrina l’immagine, si introduce un dubbio, si orienta lo sguardo degli altri. 
Da quel momento, ogni elemento rischia di essere interpretato dentro quella cornice.
Walter Lippmann lo aveva chiarito in “Public Opinion”: “We define first and then see.” 
Prima definiamo, poi vediamo. Prima costruiamo uno schema mentale, poi lo utilizziamo per leggere la realtà.
Su questa linea, Michel Foucault ha scritto: “Il potere produce verità.” Non perché la verità non esista, ma perché alcune narrazioni riescono a imporsi più di altre.
Nel giornalismo, questo passaggio è decisivo. Sigfrido Ranucci, conduttore del programma Report, ha più volte richiamato il valore della verifica e della ricostruzione critica dei fatti, soprattutto nei contesti più complessi e controversi.


Anche Davide Vecchi, nel libro “Il caso David Rossi. Il suicidio imperfetto”, affronta una vicenda che negli anni ha sollevato interrogativi pubblici, mostrando come alcune storie non possano essere lette senza considerare il contesto, le incongruenze e il modo in cui vengono raccontate.
Quando una persona diventa scomoda, il primo passaggio non è farla tacere. È far sì che, quando parlerà, venga ascoltata meno.


È qui che entra in gioco il dossier. Non necessariamente come invenzione, ma come costruzione narrativa. Si selezionano elementi, li si accosta, li si orienta. Una frequentazione, una fragilità, un episodio. Tutto può diventare chiave di lettura.
Marcello Foa, in “Gli stregoni della notizia”, lo sintetizza con chiarezza: “La manipolazione più efficace non è quella che inventa, ma quella che orienta.”
Ma esiste un livello ancora più sottile.
Non solo ciò che viene raccontato, ma le condizioni in cui una persona si trova. Contesti ambigui, relazioni improvvise, situazioni che possono essere interpretate in modo distorto. La psicologia lo ha spiegato.


Philip Zimbardo, in “The Lucifer Effect”, scrive: “Il contesto può influenzare il comportamento umano più di quanto immaginiamo.”
Quando la reputazione diventa vulnerabile, anche i fatti cambiano significato.
Il caso di David Rossi, responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, morto nel 2013, è uno dei più discussi della cronaca italiana. Nel 2026, secondo ANSA, la Commissione parlamentare d’inchiesta ha indicato l’esclusione dell’ipotesi suicidaria, riaprendo il dibattito pubblico su una vicenda complessa.
Imane Fadil era una giovane donna marocchina, testimone chiave nei processi legati al cosiddetto caso Ruby, che coinvolgevano ambienti politici e mediatici di primo piano. 
La sua morte nel 2019 fu inizialmente oggetto di ipotesi investigative legate a un possibile avvelenamento, poi archiviate dalla magistratura che ha ricondotto il decesso a cause naturali. Il caso resta significativo per il contesto in cui si inseriva e per l’impatto mediatico che ha generato.
Giuseppe De Donno era un medico italiano, direttore di pneumologia, noto per aver promosso la terapia del plasma iperimmune durante la pandemia. La sua morte nel 2021 è stata qualificata come suicidio, ma la sua figura era già al centro di un dibattito pubblico molto polarizzato.
Il punto non è dire che questi casi siano uguali.
Il punto è capire cosa accade quando una persona entra in collisione con contesti complessi.
Prima si costruisce il dubbio sulla persona.
Poi si costruisce il dubbio sulle sue parole.
Infine, qualsiasi evento viene letto attraverso quel dubbio.

Ed è qui che il giornalismo deve fare una scelta.
Seguire il rumore.
Oppure tornare al fatto.

Marcello Foa, nel libro “Il sistema invisibile”, richiama il valore delle testate libere e dei “lampi di coraggio intellettuale” che mantengono vivo il ruolo del giornalismo come guardiano della democrazia.
In chiave filosofica, Arthur Schopenhauer parlava del “velo di Maya”: una realtà che non si presenta mai in modo diretto, ma attraverso rappresentazioni che devono essere attraversate per arrivare all’essenza.
Il giornalismo, allora, non è solo raccontare.
È togliere veli.

Se non è sempre possibile dire tutto, è sempre possibile fare qualcosa di fondamentale: mettere il lettore nelle condizioni di pensare.

Perché la vera informazione non è quella che si subisce.

È quella che ti costringe a farti delle domande.

E il vero giornalismo non è quello che ti dice cosa pensare.

È quello che ti mette nella condizione di non accettare passivamente ciò che vedi.

Articolo di Valentina Pelliccia 

28/04/2026

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